L’Iraq si prepara a vivere un mondiale che mancava da oltre quarant’anni e gran parte del merito va riconosciuto all’esperienza e alla visione di Graham James Arnold, allenatore di origine australiana che, all’età di 62 anni, ha deciso di affrontare una delle sfide più affascinanti e complesse della sua carriera, accettando un incarico per nulla scontato. Arrivato con grande determinazione, come ha raccontato ai microfoni della Gazzetta dello Sport, Arnold è riuscito a compiere un’impresa storica guidando l’Iraq verso una qualificazione mondiale che il Paese attendeva da decenni.
“Quando è arrivata la prima proposta, né la mia famiglia né i miei amici erano particolarmente entusiasti. Anzi, molti cercavano di dissuadermi perché erano sinceramente preoccupati. L'Iraq, infatti, continua ad avere un'immagine piuttosto negativa agli occhi del mondo. Io, però, ero fermo da sei o sette mesi e sentivo il bisogno di rimettermi in gioco. Inoltre, avendo affrontato più volte l'Iraq ai tempi dell'Australia, avevo sempre avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una nazionale ricca di talento, a cui mancava solo qualcosa per compiere il salto definitivo. A spingermi definitivamente verso questa scelta è stata soprattutto la missione Mondiale: se la squadra si fosse già qualificata giusto dieci anni fa, probabilmente non avrei accettato. Ma l'idea di riportare l'Iraq alla Coppa del Mondo dopo 40 anni mi è sembrata una sfida straordinaria, per me che vado pazzo per il calcio. Volevo avere l'opportunità di regalare una gioia a 46 milioni di persone e quindi ho accettato”
Sul girone infernale con Francia, Norvegia e Senegal, Arnold ha risposto senza paura: “La pressione appartiene agli altri. In Iraq nessuno si aspetta grandi risultati: molti sono convinti che perderemo tutte e tre le partite del girone. Nessuno ci chiede niente. Questa sarà la mia quarta Coppa del Mondo e l'esperienza mi ha insegnato che i pronostici non sempre vengono rispettati. In Qatar, quattro anni fa, ho assistito all'Arabia Saudita battere l'Argentina. Per questo ai miei giocatori chiedo soprattutto coraggio, energia ed entusiasmo perché abbiamo la possibilità di sfidare campioni del calibro di Mbappé, Haaland e Mané”.
Arnold si è poi soffermato anche sulla vita a Baghdad, città ormai da anni colpita dalla guerra, ma il suo ritratto è tutt’altro che scontato: “La vità lì è magnifica. L’Iraq vive per il calcio, sono tutti ossessionati. Io mi sono dovuto adattare fuori dal campo, mentre i miei giocatori dentro: a livello disciplinare io non ammetto alcuno sgarro”.
Il ct australiano ha parlato anche delle rigide regole introdotte durante il ritiro: “Innanzitutto ho vietato l'utilizzo dei social network durante il ritiro. I giocatori possono usare il telefono solamente per restare in contatto con familiari e amici, ma niente social. Troppo spesso questi spazi sono pieni di negatività, commenti tossici, informazioni false e contenuti che finiscono per condizionare inutilmente le persone. I ragazzi hanno accolto questa scelta e l'hanno rispettata fin da subito e, ripensandoci, credo che sia stata una decisione perfetta”.
Un altro aspetto particolarmente interessante riguarda la composizione della rosa irachena: su 26 giocatori, 9 sono nati in Europa, un fattore che almeno all’inizio non ha favorito la comunicazione: “Inizialmente schieravo i giocatori nelle loro posizioni naturali ma i problemi erano evidenti. Così ho deciso di mettere quelli che parlano inglese a destra e quelli che parlano arabo a sinistra. Nel mezzo invece ho scelto due ragazzi che parlano entrambe le lingue. Devo dire che ha funzionato”.
L'esordio metterà subito l'Iraq di fronte alla temibile Norvegia, ma la nazionale di Arnold si prepara ad affrontare questo cammino senza nulla da perdere, con grande coraggio ed entusiasmo.
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